Lilli e il Vagabondo.

di Giada Fornaciari

Prima di cominciare il mio lungo racconto mi preme sottolineare che sono stata una bambina infelice per non aver avuto un cane con cui

giocare, perché nonostante le mie suppliche, i miei pianti, i miei sforzi, il mio fortissimo desiderio di poter crescere un cucciolo qualsiasi (lo avrei voluto anche zoppo o senza orecchie) i miei genitori non hanno mai ceduto a nessuna delle mie continue richieste. Così per molti anni ho cercato, a modo mio, di non sprecare nessuna buona occasione per passare del tempo con un amico a quattro zampe, sfruttando amici e parenti, vicini di casa, sconosciuti e negozianti. Mi rivedo perfettamente se solo chiudo gli occhi. Mi avvicinavo al cancello poco distante dal mio. C'era un cucciolo di nome Buck che mi veniva a leccare le mani. Era di una coppia di mezza età che probabilmente accorgendosi del mio entusiasmo mi permetteva di portarlo fuori al guinzaglio qualche volta.

Facevo la dog sitter per amore, mi sentivo così felice quando potevo farmi vedere a spasso con un cane. Quando papà mi dava i soldi per la merenda io ne usavo solo una parte, il resto lo mettevo via perché a volte acquistavo scatolette di cibo per randagi. Una volta sono anche riuscita ad avere un cane tutto mio ( per strada ). Era una cagna con le mammelle grossissime e parecchie zecche (probabilmente aveva partorito i suoi cuccioli da poco e li teneva da qualche parte nascosti) che io avevo chiamato Belle.

Mi accompagnava a scuola al mattino, mi voleva un gran bene e sapeva che prima o poi le avrei dato da mangiare. Dormiva davanti al cancello di casa mia, si chiudeva a ciambella e mi aspettava silenziosa. In famiglia non sapevano che io acquistassi cibo in scatola per lei e spesso si chiedevano come mai la cagna fosse tanto affezionata a me e qualche volta la mandavano via (ma tanto lei ritornava). Sono cresciuta in un piccolo paese, c'era ben poco da fare, ma quando con mia madre andavo nella cittadina a pochi km da noi io ero felice perché potevo entrare nel mio negozio preferito "L'acquario". Si chiamava così perché vendeva pesci ovviamente ma spesso aveva dei cuccioli di razza in cerca di una famiglia ed io li coccolavo tutti, felice, con la speranza di portarne uno a casa un giorno.

Poi c'era la mia compagna di classe, Teresa. Io le chiedevo spesso di fare i compiti insieme perché lei era fortunata, aveva una femmina di pastore tedesco, Lupa, e studiare con lei voleva dire passare qualche ora con un amico peloso e puzzolente che però mi faceva sentire viva. Ho avuto il mio primo vero cane a 15 anni. Ero già troppo vecchia e piena di grilli per la testa per viverlo intensamente come avrei fatto da bambina. Ma mi ricordo ancora la gioia che ho provato quando ho varcato la porta di casa con la mia piccola Luna fra le braccia. Era diventata in poche ore la cocca di casa, anche di mia madre che era sempre stata la prima a vietarmi di prendere un cane.

Dopo 2 anni arrivò Argon, un pastore maremmano tanto grosso quanto buono. Ero passata da non averne nessuno a possederne due, li amavo molto ma in realtà non mi prendevo cura di loro direttamente. Loro erano i miei fratelli, quindi figli dei miei genitori. Ho capito cosa volesse dire crescere un cane a pochi mesi dal matrimonio, quando arrivò Caruso, un bassotto padovano con le zampe palmate.

Lui è stato il mio primo, vero bambino. Nottate in bianco, pipì da pulire, vomitini da raccogliere, cacche da imbustare. Ero stanca come quando si ha un bebè ma lo adoravo. Era la mia ombra e non c'era luogo in cui lui non mi seguisse. Aveva uno spiccato senso dell'umorismo, un debole per il cibo, uno strano modo di usare la cuccia, il vizio tremendo di abbaiare a chiunque ed un odio profondo per tutti i gatti. Ma era tanto buffo ed affettuoso. Quando nacque la mia prima figlia lui divenne il fratello maggiore più bravo del mondo. Dormiva accanto a lei, mi avvisava se la sentiva tossire, si posizionava sotto il seggiolone all'ora della pappa e si lasciava tirare le orecchie (cosa che non permetteva a nessun altro). Io ero spesso sola con lui e la bambina e non era per niente facile gestire tutto. Ma l'amore per lui, che spesso per gelosia diventava irritante e dispettoso, era più forte della stanchezza.

Poi arrivò il mio secondo bambino. Altre nottate in bianco, sempre, senza la fortuna di poterle condividere con mio marito perché Riccardo voleva solo me. Caruso continuava ad abbaiare, giorno o notte non faceva differenza, e quando riuscivo a mettere giù nella culla il piccolo, l'idillio durava poco perché al primo abbaio si ricominciava con i pianti disperati. Mio marito lavorava sempre ed io badavo ad una bimba di tre anni, un neonato ed un cane arrabbiato che, potendo uscire molto meno rispetto al dovuto, era isterico ed io con lui. Riccardo aveva 8 mesi ed io, presa dallo sconforto e dalla stanchezza atavica, consegnai Caruso ai miei suoceri che vivono in Calabria e che amorevolmente si erano offerti di prendersi cura di lui notando le mie difficoltà. Per la prima volta in vita mia mi sentivo un mostro.

Stavo lasciando andare via il mio cane, con la mia primogenita in lacrime ed i miei sensi di colpa grossi come il mondo. Ci pensavo ogni minuto, ogni ora, ogni giorno. Lo avevo in qualche modo abbandonato ma se da un lato mi sentivo in colpa dall' altro mi sentivo sollevata perché finalmente nessuno svegliava il mio bambino durante la nanna ed io potevo riposare. Caruso è sempre nel mio cuore, anche adesso. Non mi sono mai perdonata, perché prendendo lui avevo scelto un impegno per la vita che invece non sono riuscita a portare a termine. La scelta di portare a casa un cucciolo non è una scelta leggera, implica rinunce e grossi sacrifici, soprattutto quando si ha una famiglia da mandare avanti. Io l'ho capito troppo tardi, quando con la nascita dei bambini la mia vita è totalmente cambiata e quando, a differenza di tutte le mie amiche e conoscenti che avevano zii e nonni su cui contare, io ero assolutamente sola. Non è una giustificazione ma è un'ammissione di inadeguatezza, di incapacità. Non ce l'ho fatta, perché due bimbi piccolissimi risucchiavano tutte le mie energie ed io non ero più in grado di garantire al mio caro Caruso una vita felice, cosa che fortunatamente ha trovato a casa dei nonni. Nessuno dovrebbe prendere me come esempio, il cane è esattamente un figlio quindi prima di decidere di prendersi un impegno tanto grande bisogna essere convinti di avere le capacità e la forza di poterlo crescere nel migliore dei modi. Caruso fortunatamente mi ha perdonata, me lo ha detto lui, perché i cani sono molto meglio di noi umani. Fidatevi!

Tags: amici a quattro zampe,

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