Mamma volevo solo fare un selfie

di Arianna Techel

Tranquilli nessuno è caduto di sotto, almeno per ora e quelle sono le mie scarpe. Non c’era nessuno nei paraggi, i calzini non erano bucati e così in velocità me le sono levate e ho fatto la foto. Perché, voi vi chiederete? Perchè da anni faccio la stessa passeggiata con i cani più o meno sempre alla stessa ora e mai, vi giuro, mai avevo visto ragazzi più o meno giovani farsi selfie in piedi, lo ridico in piedi al muro di città alta.

Dalla strada è un banale muretto dall’altro lato invece c’è un salto nel vuoto che va dagli 8 ai 12 metri. La prima volta che mi è capitato di vedere questa scena mi si è gelato il sangue nelle vene: un ragazzo si è messo in piedi al muretto, si è girato verso il vuoto e ha aperto le braccia. Ho temuto il peggio, ho pensato questo adesso si butta sotto, ma ad un tratto è spuntato un braccio e un suo amico gli ha fatto una fotografia. Pochi giorni dopo, stessa scena in due punti diversi della stessa strada.

Ma che diavolo sta succedendo? Mi spaventa molto questa moda del momento, questo bisogno di esibizionismo a tutti i costi per una manciata di like che diventano passato nel giro di poche ore.

Diciamocelo la questione di sentire l’adrenalina che corre nella schiena, il fiato corto, il cuore che va a mille è un’emozione pura che ti fa sentire vivo è un’emozione vecchia come il mondo, forse è una necessità insita nell’uomo: “Se l’uomo perde il senso dell’avventura, del conoscere, del misurarsi, è finito tutto”, diceva Walter Bonatti famoso scalatore nato a Bergamo. La questione credo quindi giri attorno al tema del conoscersi e della solitudine.

Gli esploratori delle vette più alte del pianeta si allenano mesi, anni per arrivare in cima e nel calcolo dell’impresa ci mettono pure la paura della morte intesa come l’altra metà del coraggio dice il mio amato Reinhold Messner. Una sera i miei genitori portarono me e mio fratello a Ponte di Legno ad ascoltare una sua conferenza. Andata e ritrono in furgone nel giro di poche ore, me lo ricordo ancora quel giorno, fù una piccola avventura.  Era tutto vestito di bianco, sembrava Gesù con quei capelli lunghi che gli cadevano sulle spalle, passando mi sfiorò la mano, una tale emozione che ancora oggi la racconto con il batticuore.

Quello che mi ha sempre fatto molto riflettere sul suo intervento è che oggi lui è vivo perchè ha sempre quando era il momento giusto di tornare indietro e rinunciare alla vetta per salvarsi.

La paura bisogna accettarla, bisogna lasciarla fluire molti mesi prima, quando ci si prepara a gestirla. Quello che “resta” è il rischio: quel “resto” cos’è se non paura? Eppure, quando la morte è una possibilità, l’impresa non si misura con il parametro del successo, ma dal valore che ci si è messo.

In fondo andiamo sempre dove si può morire, per non morire. E d’altra parte in ogni impresa sono un po’ morto
e sono anche rinato. Ecco perché bisogna avere paura.

Intervista tratta da Io donna

Oggi non siamo più abituati a stare in silenzio, soli, camminare nel vuoto per poterlo riempire con i nostri pensieri, le nostre emozioni, oggi la paura del silenzio e della solitudine la combattiamo a suon di fans e like su instagram e quello diventa il batticuore che ci emoziona.

E così ci ritroviamo i nostri figli che camminano nel vuoto di sentimenti sulle mura o sui binari in attesa che arrivi il treno, ma alle loro spalle invece, arriva la morte che non era poi così calcolata e oltre all'insuccesso della bravata non c'è nemmeno il valore dell'impresa, dato che basta saltare giù dalla banchina e aspettare.

La cosa però più angosciante di tutta questa storia è che se fate una veloce carrellata su instagram e selezionate alcuni hashtag sulle mura di Bergamo potete trovare ragazzi di ogni età che si immortalano con il vuoto alle spalle e tra queste c'è pure la foto postata da un papà che su quel benedetto muretto  ha messo la sua bambina e nella foto scrive: nome della bambina #senzapaura.

Ma come #senzapaura?

Cari amici io credo che si giunto il momento di riprendere contatto con noi stessi, aiutare i nostri figli a saper gestire piccole grandi sfide, aiutarli a  saper stare nel silenzio ad ascoltare le emozioni che esse ci suscitano. Se non siamo capaci noi per primi è dura poterlo poi insegnare a qualcuno. Vi invito ad ascoltare questa intervista di Enzo Biagi a Walter Bonatti e così poi magari ci facciamo tutti una bella avventura in montagna, andiamo a camminare e perchè no anche a scalare una piccola roccia o arrampicarci su un albero e poi ascoltiamo il silenzio.   

  

 

 

Tags: famiglia,, adolescenti

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